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ACSI–FCI: il ciclismo amatoriale al bivio tra autonomia e collaborazione

Il caso delle convenzioni riaccende il dibattito sul rapporto tra Enti di Promozione Sportiva e Federazioni: tra trasparenza, rispetto e nuovi equil

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Il caso delle convenzioni riaccende il dibattito sul rapporto tra Enti di Promozione Sportiva e Federazioni: tra trasparenza, rispetto e nuovi equilibri nel sistema sportivo.

Un comunicato diffuso dalla Federazione Ciclistica Italiana (FCI) ha annunciato, nei giorni scorsi, il rinnovo delle convenzioni con diversi Enti di Promozione Sportiva (EPS) per la gestione delle attività ciclistiche amatoriali.
La notizia, tuttavia, ha immediatamente suscitato la reazione dell’ACSI – Associazione di Cultura, Sport e Tempo Libero, che ha precisato: “Nessun accordo è stato firmato. Serve rispetto e verità nei confronti del movimento sportivo.”

Un chiarimento netto, che va oltre la dimensione formale di una firma mancata e tocca un tema più profondo: quello dell’equilibrio tra autonomia e collaborazione all’interno del sistema sportivo nazionale.

Le convenzioni tra Federazioni e Enti di Promozione Sportiva rappresentano uno strumento essenziale per garantire sinergia e continuità nelle attività sportive di base.
Stabiliscono regole condivise, ambiti di competenza, reciprocità di riconoscimenti e criteri di sicurezza per manifestazioni, tesseramenti e formazione.

Nel ciclismo, in particolare, queste intese sono indispensabili per evitare sovrapposizioni tra gare federali e attività amatoriali, assicurando la tutela degli atleti e la regolarità delle competizioni.
Quando però la collaborazione si incrina o diventa oggetto di interpretazioni divergenti, è l’intero sistema a risentirne — a partire da associazioni, società e organizzatori che vivono di programmazione e certezze operative.

Il punto di frizione

ACSI, in un comunicato diffuso sul proprio sito ufficiale, ha contestato il contenuto della nota FCI, definendola “ambigua e fuorviante”.
Secondo l’Ente, durante l’incontro del 4 novembre non sarebbe stato firmato alcun documento, ma solo avviata una discussione “di principio”.
La replica di ACSI sottolinea un’esigenza etica prima ancora che amministrativa: la correttezza delle informazioni e il rispetto reciproco tra istituzioni sportive.

Il punto di frizione, dunque, non è solo tecnico ma culturale.
Da un lato, la necessità di un coordinamento unitario del movimento; dall’altro, la difesa dell’autonomia degli Enti, che da sempre rappresentano un pilastro del ciclismo di base e amatoriale.

Nel dibattito che si è riacceso, emerge una domanda di fondo: come conciliare l’esigenza di uniformità con quella di pluralismo?
Il sistema sportivo italiano si fonda su un equilibrio delicato, sancito anche dal nuovo ordinamento della riforma dello sport, che riconosce agli EPS pari dignità e autonomia funzionale rispetto alle Federazioni.
Un equilibrio che non va inteso come competizione istituzionale, ma come alleanza al servizio della crescita dello sport dilettantistico.

Le associazioni sportive, gli organizzatori di eventi e gli atleti stessi hanno bisogno di chiarezza e stabilità normativa, non di contrapposizioni.
Ogni volta che il dialogo tra Enti e Federazioni si interrompe, a pagarne le conseguenze è il territorio, dove lo sport vive quotidianamente di passione, volontariato e impegno.

La vicenda ACSI–FCI può e deve trasformarsi in un’occasione per rilanciare il tema della leale collaborazione tra le componenti del sistema sportivo.
Non si tratta solo di firmare un documento, ma di ristabilire fiducia reciproca, trasparenza e rispetto delle rispettive funzioni.

Lo sport amatoriale non ha bisogno di barriere o rivendicazioni, ma di ponti e sinergie.

La credibilità di tutto il movimento passa dalla capacità di condividere regole, visione e responsabilità, perché la forza dello sport non sta nella competizione tra Enti, ma nella loro capacità di costruire insieme un modello aperto, partecipato e sostenibile.

✍️ di Luca Canale – Redazione ValoreSportivo.it
Rubrica: Sport e Governance