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Safeguarding: non basta nominare. La responsabilità del Presidente comincia dalla scelta.

C’è una differenza profonda tra adempiere a un obbligo e comprenderne il significato. Per mesi, in molte associazioni e società sportive, la no

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C’è una differenza profonda tra adempiere a un obbligo e comprenderne il significato.

Per mesi, in molte associazioni e società sportive, la nomina del Responsabile contro abusi, violenze e discriminazioni è stata percepita come un passaggio burocratico: un atto necessario per essere in regola, un modulo da compilare entro il 31 dicembre 2024, una firma da apporre per evitare sanzioni.

La decisione n. 88/2025-2026 delle Sezioni Unite della Corte Federale d’Appello FIGC ha cambiato radicalmente prospettiva. Non si tratta più di un adempimento formale. Si tratta di responsabilità personale.

La Corte ha irrogato l’inibizione al Presidente di una società sportiva per aver nominato un Responsabile Safeguarding ritenuto “impreparato e inadatto” al ruolo, in un procedimento relativo a condotte qualificabili come abuso psicologico poste in essere da un allenatore. Alla società è stata inoltre inflitta una sanzione pecuniaria per responsabilità diretta.

Il passaggio decisivo della pronuncia è chiaro: nominare un soggetto non idoneo equivale a non aver adottato misure adeguate di prevenzione. E questo non è un dettaglio. È un principio.

La Corte collega espressamente la responsabilità del Presidente alla posizione di garanzia che egli ricopre nell’ordinamento sportivo. Non è solo il legale rappresentante della società: è il garante del rispetto dei principi di lealtà, correttezza e probità all’interno dell’organizzazione. È il soggetto chiamato a creare un ambiente sano, inclusivo e sicuro, soprattutto quando vi sono minori.

In questo quadro, la nomina di un Responsabile Safeguarding privo del necessario grado di competenza non è un errore neutro. È una scelta che può integrare culpa in eligendo: responsabilità per aver selezionato in modo inadeguato il soggetto cui affidare un incarico delicatissimo. Ma non solo. La decisione richiama anche la culpa in vigilando: il dovere di controllare periodicamente ciò che accade all’interno della società e di verificare l’effettiva applicazione del regolamento.

La Corte è netta nel chiarire che non è sufficiente adottare modelli organizzativi e codici di condotta per andare esenti da responsabilità. I modelli non sono uno scudo automatico. Devono vivere nell’organizzazione, essere attuati, monitorati, incarnati da figure realmente competenti.

Il messaggio che emerge è forte: il safeguarding non è un’etichetta da esibire, ma una funzione sostanziale. Non è una casella da spuntare, ma un presidio di tutela concreta.

Questa pronuncia si inserisce in un percorso più ampio della giustizia sportiva, che sta progressivamente valorizzando la nuova figura del Responsabile Safeguarding e chiarendo che il suo ruolo non può essere svuotato di contenuto. Non basta individuare un nominativo qualsiasi, magari per comodità interna o per prossimità personale. Occorre scegliere una persona che abbia competenze, formazione, indipendenza e autorevolezza adeguate alla delicatezza del compito.

Per molte realtà sportive, questo rappresenta un cambio culturale profondo. Significa ripensare la governance interna, investire nella formazione, chiarire ruoli e responsabilità, dotarsi di procedure effettive e non solo dichiarate. Significa accettare che la tutela dei tesserati, soprattutto dei più giovani, non può essere relegata a un adempimento di fine anno.

Il Presidente non può limitarsi a firmare una nomina. Deve chiedersi chi sta scegliendo, con quali competenze, con quali strumenti, con quale reale capacità di prevenire e gestire situazioni critiche. Perché la responsabilità non si esaurisce nell’atto formale della designazione: comincia proprio da quella scelta.

La decisione delle Sezioni Unite segna uno spartiacque. Non introduce nuovi obblighi, ma chiarisce con forza che quelli già esistenti devono essere presi sul serio.

Lo sport italiano sta attraversando una fase di maturazione normativa e culturale. Il safeguarding ne è uno dei pilastri. Se vogliamo che sia credibile, dobbiamo smettere di trattarlo come un obbligo amministrativo e iniziare a considerarlo per ciò che è: un impegno concreto verso la dignità, la sicurezza e il rispetto delle persone.

La responsabilità del Presidente, oggi, passa anche e soprattutto dalla qualità delle sue scelte.

Fote: SEZ. UNITE – DECISIONE N. 0088 CFA del 9 febbraio 2026

✍️ di Luca Canale redazione – ValoreSportivo.it
Consigliere Regionale ASC Campania