Ogni anno, a settembre, migliaia di genitori firmano un modulo per iscrivere il proprio figlio a una società sportiva. Lo fanno in pochi minuti, s

Ogni anno, a settembre, migliaia di genitori firmano un modulo per iscrivere il proprio figlio a una società sportiva. Lo fanno in pochi minuti, spesso in piedi nel corridoio di una palestra, senza leggere quello che c’è scritto. In fondo, è solo una tessera.
Non è così.
Il tesseramento sportivo è un atto giuridico. Con quella firma, il minore entra in un sistema, l’ordinamento sportivo, che ha regole proprie, organi disciplinari autonomi, obblighi e compressioni di diritti che non esistono nella vita ordinaria.
Ed è proprio questa inconsapevolezza il problema.
Un atto che nessuno spiega davvero
Per decenni, nel mondo sportivo dilettantistico italiano, il tesseramento è stato trattato come una formalità burocratica. Una tessera da rinnovare ogni anno, un modulo da compilare, un costo da pagare.
Eppure, chi ha studiato questo istituto sa bene che si tratta di qualcosa di molto più complesso.
Il tesseramento è l’atto di adesione formale attraverso il quale un soggetto acquisisce lo status di soggetto di diritto sportivo ed entra a far parte del peculiare mondo sportivo, divenendo titolare di una serie di diritti e doveri predeterminati dalle norme di ogni singola Federazione. È un atto di natura contrattuale-associativa: il soggetto entra a far parte di un’associazione che, a sua volta, fa parte di un’altra associazione. È il trinomio atleta–società–federazione.
Con il tesseramento, il minore entra in un ordinamento estremamente regolamentato e ne accetta le regole, comprese compressioni di diritti che non esistono nella legislazione ordinaria. Un esempio: se un atleta risulta positivo alla cannabis nel fine settimana, può essere squalificato per sei mesi e la società può risolvere il contratto. Se la stessa persona lavorasse come geometra, nessun datore di lavoro potrebbe sanzionarla per lo stesso motivo. Questo è l’ordinamento sportivo: speciale, autonomo, vincolante.
I genitori che firmano quel modulo in corridoio raramente lo sanno.
Il passato: il vincolo come prigione dei dilettanti
Per comprendere fino in fondo il peso del tesseramento, occorre guardare a quello che è stato per decenni il suo effetto principale: il vincolo sportivo.
Il vincolo legava l’atleta alla propria società per un tempo indeterminato, o comunque irragionevolmente lungo, senza possibilità di sciogliersi se non con il consenso della società stessa. Non era il tesserato a decidere quando andarsene: era la società a detenere il potere di tenere il “cartellino”.
Il paradosso, denunciato da molti giuristi, era evidente: questa condizione di soggezione a tempo indeterminato valeva soltanto per i minori d’età e per i dilettanti, autentici amatori che giocavano senza fine di lucro. Per i professionisti, invece, la legge 91/1981 aveva già disposto l’abolizione del vincolo fin dagli anni Ottanta, definendolo espressamente come “limitazione alla libertà contrattuale dell’atleta”.
In pratica: chi giocava per mestiere era libero. Chi giocava per passione e soprattutto chi era minorenne era vincolato.
Questa situazione aveva anche una dimensione economica tutt’altro che trascurabile: i cartellini dei giovani dilettanti diventavano oggetti di scambio tra società, con accordi, compensi e trasferimenti che riguardavano persone, spesso bambini, che non avevano alcuna voce in capitolo.
La svolta: la riforma abolisce il vincolo
Con il D.Lgs. 36/2021 e i successivi decreti correttivi, il legislatore italiano ha compiuto un passo storico: ha abolito il vincolo sportivo.
Dal 1° luglio 2023 lo stop alle limitazioni contrattuali ha riguardato i nuovi tesseramenti. Dal 1° luglio 2025 l’abolizione è diventata completa, estendendosi anche ai tesseramenti già in essere. Oggi, in linea di principio, nessun atleta dilettante è più costretto a restare legato a una società contro la propria volontà per un tempo indeterminato.
È una riforma significativa, che modernizza il panorama dello sport dilettantistico italiano promuovendo valori di libertà e autonomia per gli atleti. Eppure è stata comunicata male, capita peggio, e in molte realtà di base continua a non essere applicata correttamente.
Il tesseramento del minore oggi: tre novità che quasi nessuno conosce
L’abolizione del vincolo non significa che il tesseramento sia diventato un atto privo di conseguenze. Anzi: la riforma ha introdotto una disciplina specifica per il tesseramento dei minori che, per la prima volta nella storia dello sport italiano, pone regole chiare e cogenti. Regole che la stragrande maggioranza dei genitori e dei dirigenti sportivi ignora.
Prima novità: un genitore solo può bastare.
Prima della riforma, molte Federazioni richiedevano la firma congiunta di entrambi i genitori. Oggi la legge stabilisce che la richiesta di tesseramento può essere presentata da ciascun genitore disgiuntamente. In caso di disaccordo tra i genitori, ciascuno può richiedere l’intervento del giudice. Una norma apparentemente tecnica, ma che ha un impatto enorme nelle situazioni di separazione e conflitto familiare, sempre più frequenti.
Seconda novità: il consenso del minore conta e a 14 anni è obbligatorio.
È probabilmente la novità più importante e più ignorata. Il minore, dal compimento del quattordicesimo anno di età, ha diritto di prestare il proprio consenso al tesseramento, e questo consenso è requisito fondamentale e imprescindibile per perfezionare l’atto.
Non è una formalità. Un ragazzo di 14 anni che non vuole tesserarsi o che vuole cambiare società ha oggi un diritto riconosciuto dalla legge. La firma del genitore non è sufficiente senza il suo assenso.
Per i minori di 12 anni, la legge prevede che si tenga conto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni. Il tesseramento non può ignorare la volontà del bambino, anche se essa non ha ancora valore giuridico autonomo.
Terza novità: i minori stranieri non in regola possono essere tesserati.
Un aspetto spesso sconosciuto anche a dirigenti e tecnici esperti. I minori stranieri, compresi quelli non in regola con le norme sull’ingresso e il soggiorno, possono essere tesserati con le stesse modalità dei minori italiani, a condizione che siano iscritti da almeno un anno a qualsiasi classe dell’ordinamento scolastico italiano. Il tesseramento rimane valido anche dopo il raggiungimento della maggiore età, fino al completamento delle procedure per l’acquisizione della cittadinanza.
Il contrappeso che nessuno spiega alle società: il premio di formazione tecnica
L’abolizione del vincolo ha sollevato, comprensibilmente, le preoccupazioni delle società sportive dilettantistiche. Per anni il vincolo aveva rappresentato una forma di tutela dell’investimento formativo: si alleva un giovane, lo si forma, lo si accompagna nella crescita sportiva. Poi arriva una società più grande e lo porta via.
Il legislatore ha previsto un meccanismo di compensazione: il premio di formazione tecnica.
Quando un atleta firma il suo primo contratto di lavoro sportivo, sia con una società dilettantistica che con una professionistica, le società che lo hanno formato hanno diritto a ricevere un premio proporzionale alla durata e al contenuto formativo del rapporto, tenendo conto dell’età dell’atleta e del valore economico del contratto stipulato.
Le Federazioni sportive hanno approvato i propri regolamenti sul punto. In caso di mancata adozione, si applicano le regole previste dall’Autorità delegata in materia di sport.
Si tratta di uno strumento importante, pensato per valorizzare il lavoro dei vivai dilettantistici. Eppure pochissimi dirigenti di base ne conoscono l’esistenza, e ancora meno sanno come farlo valere.
Il CU 236/A e la stagione 2026/2027: le regole pratiche che cambiano tutto
Tutto questo si concretizza ogni anno nei comunicati ufficiali delle Federazioni. Per il calcio dilettantistico, il Comunicato Ufficiale n. 236/A della FIGC, recepito dalla LND con il CU n. 464 del 27 maggio 2026, fissa le regole operative per la stagione 2026/2027.
Il limite dei tre tesseramenti per stagione.
Un calciatore “giovane dilettante” non può essere tesserato più di tre volte nella stessa stagione sportiva. Non è un dettaglio: significa che un ragazzo che cambia due volte società in corso d’anno, magari dopo una situazione conflittuale, alla terza non può più tesserarsi fino alla stagione successiva. Una conseguenza che può interrompere bruscamente la sua attività agonistica.
I 30 giorni di attesa dopo la risoluzione del contratto.
Se un giovane dilettante aveva un contratto di lavoro sportivo con la propria società e questo viene risolto, il nuovo tesseramento con un’altra società è possibile solo dopo almeno 30 giorni dal deposito telematico del contratto risolto. Una regola che sorprende molti genitori convinti che il cambio di società sia immediato.
Le finestre temporali.
Il tesseramento dei “giovani dilettanti” può essere richiesto fino al 12 maggio 2027, ma i trasferimenti tra società hanno finestre precise: dal 1° luglio al 30 settembre 2026, e dal 1° dicembre al 16 dicembre 2026. Fuori da queste finestre, il trasferimento non è possibile.
I minori stranieri provenienti dall’estero.
Il tesseramento di calciatori stranieri provenienti da Federazioni estere può essere richiesto entro il 2 febbraio 2027, ma deve rispettare le disposizioni FIFA in materia di minori di età — un capitolo spesso del tutto sconosciuto alle piccole società dilettantistiche che si trovano a gestire atleti giovani provenienti da altri paesi.
Perché tutto questo riguarda anche i genitori
Il tesseramento è tradizionalmente vissuto come una questione tra la società e la Federazione. I genitori firmano, pagano la quota e pensano di aver fatto tutto.
In realtà, dal momento in cui quel modulo viene depositato, il figlio entra in un sistema che ha le sue regole, i suoi organi disciplinari, i suoi tempi. Un sistema che può sanzionare l’atleta, limitare i suoi spostamenti, vincolare le sue scelte e che oggi, grazie alla riforma, gli riconosce anche diritti nuovi che nessuno racconta.
Sapere che il proprio figlio di 14 anni ha diritto di esprimere un consenso vincolante al tesseramento cambia completamente il rapporto tra genitore, figlio e società. Sapere che esiste un limite di tre tesseramenti per stagione può evitare situazioni dolorose. Sapere che il cambio di società non è mai immediato quando c’è un contratto di lavoro sportivo in mezzo può evitare conflitti e delusioni.
La responsabilità delle società sportive
Il peso di questa ignoranza diffusa non ricade solo sui genitori. Ricade soprattutto sulle società sportive e sui loro dirigenti.
Una ASD o SSD che tessera un atleta minore senza informare adeguatamente la famiglia senza spiegare cosa firmano, quali diritti ha il ragazzo, quali vincoli nascono da quel momento non sta solo facendo un disservizio. Sta gestendo in modo superficiale un atto che ha conseguenze giuridiche, organizzative e umane rilevanti.
La riforma ha reso il tesseramento uno strumento più moderno e più rispettoso della persona. Ma questo cambiamento arriva a destinazione solo se chi opera nelle società sportive lo conosce, lo comprende e lo applica.
Conclusione
Il tesseramento sportivo non è mai stato un semplice foglio da firmare. Non lo era quando esisteva il vincolo a tempo indeterminato che imprigionava i giovani dilettanti. Non lo è oggi, dopo una riforma che ha cambiato le regole ma non ancora la cultura.
Ogni firma apposta su un modulo di tesseramento è l’ingresso in un ordinamento. È l’accettazione di regole che vanno ben oltre il campo di gioco. È, soprattutto nel caso di un minore, un atto che merita consapevolezza da parte della famiglia, della società e dell’atleta stesso.
Il futuro dello sport dilettantistico italiano non si costruisce solo con impianti migliori o riforme normative più precise. Si costruisce anche con la conoscenza. E la conoscenza inizia da quel modulo che si firma in piedi nel corridoio di una palestra.
✍️ Luca Canale — Commercialista Sportivo
Consigliere Regionale ASC Campania
