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TAR Lazio e brevetti bagnini: sicurezza sì, ma senza monopoli

La sicurezza in acqua è uno dei pilastri più delicati del sistema sportivo e turistico italiano. Dietro ogni postazione di salvataggio,

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La sicurezza in acqua è uno dei pilastri più delicati del sistema sportivo e turistico italiano. Dietro ogni postazione di salvataggio, ogni torretta su una spiaggia, ogni bordo piscina, non c’è soltanto una figura professionale: c’è un presidio di tutela della vita umana, formato attraverso percorsi didattici, tecnici e valoriali che nel tempo hanno costruito una vera e propria cultura del soccorso acquatico.

È proprio su questo terreno, apparentemente tecnico ma in realtà profondamente istituzionale, che si inserisce la recente pronuncia del TAR Lazio (Sezione III, sentenza n. 2110 del 3 febbraio 2026), destinata ad aprire una riflessione ampia sul rapporto tra sicurezza, formazione e pluralismo nel sistema sportivo.

Il Tribunale amministrativo ha infatti annullato il D.M. Infrastrutture n. 85/2024 nella parte in cui subordinava l’autorizzazione allo svolgimento dei corsi di formazione per assistenti bagnanti all’impiego di tecnici sportivi in possesso di qualifiche rilasciate secondo il Sistema Nazionale di Qualifiche dei Tecnici Sportivi (SNaQ) del CONI. Un passaggio normativo che, nella sua applicazione concreta, produceva un effetto restrittivo significativo: solo alcune strutture, riconducibili a un perimetro federale specifico, risultavano di fatto abilitate a garantire tali requisiti.

La decisione del TAR non mette in discussione l’importanza degli standard formativi, che restano imprescindibili, ma interviene sul principio di equilibrio tra qualità e accesso, ritenendo che le disposizioni impugnate introducessero vincoli sproporzionati e potenzialmente anticoncorrenziali. In altre parole, il problema non era la ricerca dell’eccellenza nella formazione, bensì il rischio che questa eccellenza venisse certificata attraverso un unico canale, limitando l’operatività di enti storicamente accreditati nel settore del salvamento.

Il tema, a ben vedere, supera la dimensione strettamente giuridica e tocca il cuore della governance sportiva. Il sistema italiano si è sempre caratterizzato per una pluralità di soggetti formatori: federazioni, enti di promozione, organismi storici, realtà territoriali che hanno contribuito, con competenze diverse, alla diffusione della cultura della sicurezza in acqua. Un patrimonio costruito nel tempo che non può essere ricondotto a un modello monolitico senza rischiare di impoverirne la ricchezza.

La sentenza richiama implicitamente proprio questo equilibrio. La tutela dell’interesse pubblico, che nel caso del salvamento coincide con la protezione della vita, non può tradursi in un meccanismo che concentri funzioni e abilitazioni in capo a un solo attore. La sicurezza, per essere davvero efficace, deve poggiare su standard condivisi, controlli rigorosi e qualità diffusa, non su assetti esclusivi.

È un principio che assume un valore ancora più rilevante se lo si collega alla dimensione territoriale. In molte realtà costiere e turistiche italiane, la formazione al salvamento è stata garantita da enti radicati nel tessuto locale, capaci di coniugare preparazione tecnica e conoscenza del contesto operativo. Limitare questa rete avrebbe significato ridurre la capacità complessiva del sistema di rispondere alle esigenze di prevenzione e intervento.

La pronuncia del TAR Lazio, dunque, non rappresenta soltanto un passaggio procedurale, ma un momento di riflessione più ampio sul modello sportivo nazionale. Standardizzare non significa uniformare in modo rigido; accreditare non significa escludere; regolamentare non significa concentrare. La sfida è costruire sistemi di qualificazione che garantiscano qualità elevata, senza comprimere il pluralismo organizzativo che storicamente caratterizza lo sport italiano.

In questo senso, il tema del salvamento acquatico diventa paradigmatico. Parla di sicurezza, certo, ma anche di autonomia didattica, di libertà associativa, di equilibrio tra istituzioni sportive e organismi formativi. Parla, soprattutto, della capacità del sistema di valorizzare competenze diffuse senza trasformarle in posizioni dominanti.

La sentenza invita tutti gli attori, federazioni, enti, istituzioni, a ripensare modelli autorizzativi e percorsi di abilitazione in una logica inclusiva ma rigorosa, dove la qualità sia certificata da parametri oggettivi e non dall’appartenenza a un unico circuito.

Perché se è vero che la sicurezza non può essere improvvisata, è altrettanto vero che non può essere monopolizzata. La vita umana, affidata ogni estate alle mani di migliaia di assistenti bagnanti, merita un sistema formativo forte, credibile e plurale.

Ed è proprio in questo equilibrio tra regola e libertà, tra standard e accesso che si misura la maturità del nostro modello sportivo.

✍️ di Luca Canale redazione – ValoreSportivo.it

Consigliere Regionale ASC Campania