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Lo sport regge il sistema, ma il sistema non regge lo sport

C’è un paradosso che attraversa silenziosamente lo sport italiano e che oggi non può più essere ignorato. Lo sport cresce, si diffonde, produce valo

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C’è un paradosso che attraversa silenziosamente lo sport italiano e che oggi non può più essere ignorato. Lo sport cresce, si diffonde, produce valore economico, genera salute, inclusione, identità, eppure continua a muoversi su fondamenta fragili, spesso inadeguate rispetto al peso reale che sostiene nel sistema Paese. È come se lo sport reggesse una parte rilevante dell’equilibrio sociale ed economico nazionale, mentre il sistema che dovrebbe sostenerlo faticasse a reggere lo sport stesso.

I numeri raccontano una storia chiara. Milioni di cittadini praticano attività sportiva, migliaia di associazioni animano i territori, il volontariato sportivo supplisce a carenze strutturali, il lavoro sportivo, pur tra mille difficoltà, diventa sempre più centrale. Lo sport non è più solo competizione o intrattenimento: è prevenzione sanitaria, educazione informale, presidio sociale, strumento di rigenerazione urbana. In molte realtà, soprattutto nelle aree periferiche o meno servite, è lo sport a tenere insieme comunità che altrimenti rischierebbero la dispersione.

Eppure, a questa centralità crescente non corrisponde una pari solidità del sistema. Gli impianti sportivi restano spesso obsoleti o insufficienti, le politiche di investimento sono frammentate, la programmazione fatica a superare la logica dell’emergenza. Troppe volte lo sport viene considerato un capitolo accessorio, un costo da contenere, anziché un’infrastruttura strategica da governare. Il risultato è un equilibrio precario, retto più dalla passione e dal sacrificio di dirigenti, tecnici e volontari che da una visione strutturata.

Il tema non è solo economico, ma profondamente culturale. Lo sport italiano funziona perché esiste un tessuto diffuso di persone che credono nel suo valore, non perché il sistema sia sempre in grado di accompagnarlo. Associazioni che anticipano spese, famiglie che suppliscono alle carenze pubbliche, dirigenti che si improvvisano amministratori, progettisti, formatori. Una resilienza straordinaria, che però non può diventare la normalità. Perché la resilienza, se protratta nel tempo senza supporto, rischia di trasformarsi in fragilità cronica.

C’è poi il nodo del lavoro sportivo, emerso con forza negli ultimi anni. Il riconoscimento di tutele e diritti è un passaggio necessario e irreversibile, ma richiede un sistema capace di sostenerlo. Senza una cornice stabile fatta di impianti, risorse, formazione e governance, il rischio è che la responsabilità venga scaricata sui livelli più deboli: le ASD, i comitati territoriali, le piccole realtà che tengono vivo lo sport di base. Ancora una volta, lo sport regge il sistema, ma il sistema fatica a reggere lo sport.

Eppure, le potenzialità sono enormi. Lo sport potrebbe essere il vero punto di incontro tra politiche sanitarie, educative, turistiche e sociali. Potrebbe diventare uno strumento ordinario di programmazione territoriale, anziché una risposta straordinaria alle emergenze. Potrebbe attrarre investimenti, creare occupazione qualificata, rafforzare l’identità dei luoghi. Ma tutto questo richiede un cambio di paradigma: passare dalla gestione episodica alla visione di lungo periodo.

Governare lo sport significa riconoscerlo per ciò che è diventato: un bene pubblico complesso, che produce valore ben oltre il campo di gioco. Significa dotarlo di strumenti adeguati, di regole chiare, di politiche coerenti. Significa smettere di chiedergli continuamente di “fare di più” senza metterlo nelle condizioni di farlo. Perché uno sport che regge tutto, prima o poi, rischia di cedere se lasciato solo.

Se lo sport oggi sostiene una parte fondamentale del sistema Paese, allora è il sistema che deve imparare a sostenerlo davvero. Non per concessione, ma per lungimiranza. Non per emergenza, ma per scelta strategica. È qui che si gioca la vera partita del futuro: non sul numero delle medaglie, ma sulla capacità di costruire uno sport solido, sostenibile e all’altezza del ruolo che già svolge nella società italiana.

✍️ di Luca Canale redazione – ValoreSportivo.it

Consigliere Regionale ASC Campania