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La firma che pesa: quando lo sport dilettantistico incontra la responsabilità personale

Rubrica: Lavoro Sportivo & Giustizia

Nel mondo dello sport dilettantistico la firma è spesso vissuta come un atto formale, quasi rituale. Un gesto necessario per iscrivere una squadra a

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Nel mondo dello sport dilettantistico la firma è spesso vissuta come un atto formale, quasi rituale. Un gesto necessario per iscrivere una squadra a un campionato, per completare una procedura federale, per consentire a un progetto sportivo di prendere forma. Eppure, una recente pronuncia della Corte di Cassazione ci ricorda con forza che, nello sport come nella vita civile, la firma non è mai neutra.

Con l’ordinanza n. 27519 del 15 ottobre 2025, la Suprema Corte ha ribadito un principio destinato a incidere profondamente sulla governance delle associazioni sportive dilettantistiche: chi agisce in nome e per conto di un’ASD, anche solo sottoscrivendo la domanda di partecipazione a un campionato, può rispondere personalmente e in solido dei debiti dell’ente, compresi quelli verso l’erario. Il fondamento giuridico è l’articolo 38 del codice civile, norma spesso sottovalutata nel quotidiano sportivo, ma dirompente nelle sue conseguenze.

Il caso trae origine da un accertamento dell’Agenzia delle Entrate per imposte e sanzioni, notificato non solo all’associazione sportiva, ma anche a una persona fisica indicata come componente del consiglio direttivo. Quest’ultima aveva contestato la propria responsabilità, sostenendo di non aver svolto un ruolo gestionale diretto. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto decisivo un elemento apparentemente marginale: la sottoscrizione della domanda di iscrizione al campionato per conto dell’ASD, accompagnata dall’autodichiarazione di rappresentanza nei confronti della federazione sportiva.

La Cassazione ha chiarito che la responsabilità prevista dall’art. 38 c.c. non è sussidiaria, ma solidale, e ha natura di garanzia ex lege, assimilabile a una fideiussione. Non si tratta di un debito “proprio” dell’associato, ma di una responsabilità accessoria che nasce dal fatto stesso di aver agito in nome dell’ente. La ratio della norma è chiara: in assenza di un sistema di pubblicità legale del patrimonio associativo, il legislatore tutela i creditori consentendo loro di fare affidamento anche sulle persone fisiche che hanno operato per l’associazione.

Il messaggio che emerge è netto e, per certi versi, scomodo: non occorre essere presidente, né gestire in modo continuativo l’ente, per rispondere delle sue obbligazioni. È sufficiente aver compiuto un atto che manifesti, verso l’esterno, un potere di rappresentanza o di azione. Spetta poi al soggetto chiamato a rispondere dimostrare la propria totale estraneità alla gestione, onere probatorio che, nella prassi, si rivela spesso complesso.

Questa pronuncia va ben oltre il caso concreto e interpella direttamente il mondo dello sport dilettantistico. Interpella i dirigenti, i segretari, i consiglieri, ma anche quei volontari che, animati da passione e senso di appartenenza, accettano incarichi “di servizio” senza piena consapevolezza delle responsabilità giuridiche che ne derivano. La firma, in questo contesto, diventa un atto di assunzione di responsabilità personale, non solo sportiva ma anche patrimoniale.

Il rischio, se non governato, è duplice. Da un lato, quello di esporre persone in buona fede a conseguenze sproporzionate, soprattutto in realtà associative piccole o fragili. Dall’altro, quello di scoraggiare il volontariato e l’impegno civico, pilastri fondamentali dello sport di base. È qui che emerge una questione culturale prima ancora che normativa: lo sport dilettantistico ha bisogno di competenze, formazione e consapevolezza, non solo di entusiasmo.

Lo sport, quando è organizzato, è anche diritto, responsabilità e regole. Raccontarlo solo come passione significa tradirne la complessità. La pronuncia della Cassazione non va letta come una minaccia, ma come un richiamo alla maturità del sistema:

governare bene un’associazione sportiva significa proteggere le persone che la animano, chiarire ruoli, delimitare responsabilità, costruire modelli di gestione trasparenti e sostenibili.

In definitiva, questa decisione ci ricorda che il valore dello sport passa anche dalla serietà delle sue istituzioni, grandi o piccole che siano. Perché nello sport dilettantistico, oggi più che mai, ogni firma è un atto di fiducia, ma anche di responsabilità. E riconoscerlo è il primo passo per rendere lo sport davvero un valore condiviso, dentro e fuori dal campo.

✍️ di Luca Canale redazione – ValoreSportivo.it